Alle origini del Futurismo di Marinetti

Il mito dell’automobile e la metropoli moderna

L’Automobile? È più bella della Nike di Samotracia!

È il 5 Febbraio 1909 quando, sulle pagine del quotidiano francese Le Figarò, risuonano forti parole che segnano l’inizio di una nuova epoca:

“Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Nike di Samotracia […] Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.”

Con questi versi appartenenti ad un più ampio manifesto, Filippo Tommaso Marinetti annuncia una delle idee chiave alla base del Movimento più moderno dell’Italia del tempo: il Futurismo.

Luigi Russolo Dinamismo di un'automobile, 1912-13
Luigi Russolo, Dinamismo di un’automobile, 1912-13, Parigi, Musèe National d’Art Moderne

Irriverente e con una vocazione internazionale, il Futurismo è espressione di una cultura metropolitana: nato a Milano, viene lanciato a Parigi con il primo manifesto. Dove sarebbe potuto esplodere se non nelle due città più frizzanti del tempo? Pensate alla Milano del primo ‘900, pensate alla Parigi degli stessi anni che era la Mecca dell’arte moderna.

È in questo contesto che gli intellettuali del gruppo, come F.T. Marinetti, G. Balla, U. Boccioni, L. Russolo e molti altri, si proclamano primitivi di una nuova sensibilità, in prima linea nella trincea di un nuovo mondo.

Non si accontentano di vivere nel presente, considerato solo come luogo entro cui progettare l’avvenire. Riconoscono agli artisti il ruolo di intuire il futuro in tutte le sue sfaccettature.

Fare arte significa dar vita ad un intervento estremamente ramificato in una presa totale sulla realtà. Ecco perché il Futurismo non ha risparmiato niente e nessuno: come un tornado, ha travolto tutti gli aspetti della vita intellettuale – cinema, teatro, pittura, poesia – ma anche architettura e molto altro.

Per esprimere questa filosofia, i futuristi si affidano a un’icona: l’automobile. Marinetti è stato uno straordinario creativo che è riuscito a pubblicizzare ogni sua trovata come un’innovazione; in termini di rinnovamento e originalità però, una contraddizione vi è stata, ed ha avuto a che fare proprio con il mito dell’automobile…

Il mito dell’automobile…Moderno ma non troppo!

Gli anni tra l’800 e il ‘900 sono stati importanti in Italia per l’affermazione della nuova industria dell’automobile. A luglio 1899 è nata la FIAT, nel 1902 la Lancia e nel 1910 l’Alfa Romeo. Questo contesto industriale ha costituito il terreno fertile per lo sviluppo della filosofia e dello spirito del Futurismo…  Ma sapevate che il mito della macchina che Marinetti ha trasformato nel simbolo del Movimento ha origini più antiche?

Nel delineare il messaggio futurista, Marinetti sembrerebbe aver guardato all’ Inno a satana (1863) di Giosuè Carducci, opera celebre in cui viene elogiata la locomotiva.

Ne riportiamo qualche passo:

Un bello e orribile

mostro si sferra,

corre gli oceani,

corre la terra:

corusco e fumido

come i vulcani,

i monti supera,

divora i piani;

sorvola i baratri;

poi si nasconde

per antri incogniti,

per vie profonde;

ed esce; e indomito

di lido in lido

come di turbine

manda il suo grido,

Non solo Carducci: tra le più importanti fonti d’ispirazione di Marinetti vi fu Mario Morasso, che, appena quattro anni prima del Manifesto futurista del 1909, aveva pubblicato La nuova arma (1905), testo da cui Marinetti ha ripreso il parallelismo tra auto e Nike di Samotracia…

Marinetti, il grande agitatore culturale, ha dato quindi voce a dei temi che erano già nell’aria. Ha captato il problema e gli ha dato una dignità teorica.

Come un bravo copywriter, ha trasformato delle riflessioni mediate, ha espresso la stessa immagine di Morasso attraverso uno slogan così diretto da essere diffusamente ricordato ancora oggi.

A partire da Marinetti, diversi artisti del gruppo hanno omaggiato l’auto e la velocità nelle loro opere. Esempi simbolici sono Dinamismo di un’automobile (1912-13) di Luigi Russolo, il Motociclista (1923) di Fortunato Depero, ma anche il celebre omino dell’Olio Fiat di Marcello Nizzoli o le grafiche di Alberto Zheliz per Italoil, che oggi potete vedere dal vivo proprio al Museo Fisogni!

Le città di oggi: l’utopia Futurista!

Per noi, le città immaginate dai futuristi sono pressoché scenari quotidiani: grattacieli, più livelli di pianificazione urbana, nuovi materiali impiegati nella costruzione degli edifici, ma anche ascensori, scale mobili e tanta tecnologia.

Già nel manifesto del 1909, Marinetti immaginava una rifondazione della vita molto più dinamica all’interno della città, luogo di folle agitate nonché arena per l’automobile.

Il Manifesto dell’Architettura futurista è arrivato ufficialmente nel 1914 ed è stato firmato da diversi artisti, il principale di cui Antonio Sant’Elia.

 Alla base delle loro idee vi era la critica a quella che era considerata l’architettura moderna di allora, che i futuristi condannavano in quanto troppo decorativa e poco funzionale per le esigenze delle città, che si stavano trasformando in metropoli.

Così, i Futuristi immaginano costruzioni pratiche, leggere poco decorate e… effimere. In questo contesto l’effimerità è stato un concetto chiave per questi grandi ideatori: non bisognava pensare a delle architetture durature, in quanto nel futuro da loro immaginato i vecchi edifici sarebbero stati distrutti e sostituiti, seguendo l’evoluzione delle città.

Se in merito all’architettura Antonio Sant’Elia è stato uno dei progettisti, Fortunato Depero ha dato un grande contributo alla diffusione dell’immagine della città futurista: è stato infatti l’unico del gruppo ad aver vissuto a New York, la metropoli per eccellenza! E proprio dall’America arrivarono le visible pumps, che a partire dagli anni ’20 iniziarono a diventare elementi sempre più comuni del paesaggio urbano per essere al servizio dell’uomo moderno alla guida della sua auto!

Chissà cosa ne pensava Depero della Fiat Tagliero di Asmara, la stazione di servizio futurista per eccellenza, costruita nel 1938 da Giuseppe Pettazzi.

Fortunato Depero, Grattacieli e tunnel
Fortunato Depero, Grattacieli e tunnel (Skyscrapers and Tunnel), 1930, tempera su cartoncino, 68 x 102 cm, Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

La città futurista si configura quindi come uno spazio in continua evoluzione, in grado di contenere il vortice di energie di cui protagoniste sono motori e velocità.

Questa storia ha dell’incredibile, se pensiamo che, a distanza di più di un secolo, viviamo nelle utopiche città futuriste. Di città utopiche si trattava a tutti gli effetti, perché a livello pratico le architetture dei futuristi non trovarono quasi mai la loro realizzazione… se non oggi!

Sono questi i presupposti di un sodalizio tra arte, industria dell’automobile e grafica pubblicitaria che, da questo momento in avanti, accompagneranno tutta la comunicazione visiva dell’industria di settore del XX secolo, fino ai giorni nostri… Ma questa parte di storia ve la racconteremo nei prossimi articoli!

Kimberly Fabbri

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